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M3 Competenze su empatia ed intelligenza emotiva

DISPENSA

COMPETENZE SU EMPATIA ED INTELLIGENZA EMOTIVA.

L’interesse per l’empatia si è riacceso negli ultimi tempi per le recenti ricerche neuroscientifiche da parte di Antonio Damasio, famoso neuroscienziato portoghese, con i suoi saggi “L’errore di Cartesio” e “Alla ricerca di Spinoza”.

In entrambi questi testi Damasio compie le sue indagini intorno alle emozioni, sentimenti e cervello.

Negando il dualismo mente-corpo di Cartesio egli afferma che le emozioni, che considera dimensioni cognitive, sono alla base del buon funzionamento della mente e che bisogna sempre fare i conti con il mondo affettivo ed emotivo , con il nostro mondo interno: la nostra mente-cervello “sente” i messaggi del corpo.

Dobbiamo sempre a Damasio la differenza tra “emozione” e “sentimento”.

Egli afferma infatti che la prima è un’azione e movimento in larga misura pubblico, nel senso che l’emozione è quasi sempre visibile a livello corporeo (rossore, pallore, agitazione psicomotoria, macchie sul collo, alterazione della voce, tremore, ecc) anche quando non viene “agita”.

Il secondo invece viene definito una immagine interna, privata. più intima, può rimanere nascosta se il soggetto decide di non rivelarla.

Possiamo anche dire che l’emozione consiste in una reazione intensa con un’insorgenza acuta e di breve durata, mentre il sentimento consiste in una risonanza affettiva meno intensa della passione e più duratura dell’emozione.

La scoperta però piuttosto recente dei neuroni specchio ha riacceso fortemente l’attenzione sull’empatia.

I neuroni specchio

Sono stati due neuroscienziati di Parma , V.Gallese e G.Rizzolatti, a fare la mirabolante scoperta di un meccanismo cerebrale, chiamato neurone specchio, che regge l’empatia.

Il neurone specchio è un neurone specifico che si attiva sia quando si compie un’azione intenzionale sia quando la si osserva quando è compiuta da altri.

Il neurone dell’osservatore “rispecchia” quindi il comportamento dell’osservato, come se stesse compiendo l’azione egli stesso.

“La scoperta di questi neuroni nel dominio delle azioni ha permesso di evidenziare la “simulazione incarnata”grazie alla quale sono possibili le nostre ricche e diversificate esperienze “intersoggettive”

Grazie alla simulazione incarnata ho la capacità di riconoscere in quello che vedo qualcosa con cui “risuono”, di cui mi approprio esperienzialmente, che posso fare mio. Il significato delle esperienze altrui è compreso non in virtù di una spiegazione , ma grazie ad una comprensione diretta, per così dire, dall’interno”(V.Gallese, Dai neuroni specchio alla consonanza intenzionale” in Psicanalisi 2007, LIII, 1.

Mentre assistiamo al comportamento intenzionale degli altri esperiamo uno specifico stato fenomenico di “consonanza intenzionale”che genera una qualità particolare di familiarità con gli altri individui, prodotta dal collassamento delle intenzioni altrui in quelle dell’osservatore. Ciò costituisce un’importante componente dell’empatia.

L’empatia

Possiamo perciò dire che l’empatia è un’esperienza affettiva di condivisione che implica disponibilità alla vicinanza con gli altri e il farsi carico delle loro emozioni, anche quando sono dolorose, evitando l’identificazione.

Prima delle scoperte delle neuroscienze, una donna eccezionale , Edith Stein filosofa e religiosa tedesca, di origine ebraica, morta ad Auschwitz nel 1942, si è interessata molto di empatia. Si é laureata infatti nel 1917 con il saggio “Il problema dell’empatia”, tradotto in Italia nel 1985. E’ considerata ancora la studiosa che ha approfondito nel modo più interessante questo argomento dal punto di vista filosofico-fenomenologico.

Stralciamo dai suoi scritti :“ Nell’empatia il sentire è l’organo che mi dischiude l’altro nella sua interezza di persona, di anima e di corpo. E’ un vissuto specifico perché esperienza di una non-esperienza che però ha i tratti emotivi- diretti-intuitivi di un vissuto personale …:si fonda sull’uscire da sè, sull’incontro

e l’apertura all’altro che non è mai fusione affettiva o sconfinamento”.

Questa ultima sottolineatura racchiude la necessità che la competenza legata all’empatia eviti sia l’identificazione che la fusionalità, pena l’impossibilità di contenere l’altro o di mettere in atto una autentica relazione d’aiuto.

Infatti l’identificazione sposta l’asse dall’altro a noi stessi, dai suoi bisogni ai nostri bisogni. In questo modo “andiamo in pezzi” insieme all’altro ma non lo “conteniamo” (nel senso di “tenerlo insieme”). Il contenimento è una funzione indispensabile in una relazione di aiuto, sia personale che professionale.

Hoffman e lo sviluppo dell’empatia Alla fine del primo anno di vita del bambino, fino al terzo anno, compare un tipo di empatia che Hoffman chiama egocentrica, in cui gli stati interni dell’altro restano di fatto sconosciuti, ed il soggetto tende ad attribuire agli altri lo stato emotivo che egli stesso ha sperimentato in situazioni simili.

A partire dal 3°/4° anno di età, con l’utilizzazione del linguaggio e della rappresentazione della prospettiva dell’altro, attraverso la differenziazione dagli altri, appare una empatia più sofisticata.

A partire poi dai 6 anni compare un maggior decentramento con rappresentazione del vissuto dell’altro e l’empatia diventa “per condivisione partecipata”.

L’aspetto più interessante è quello che nel modello di Hoffman la condivisione empatica è messa in relazione con lo sviluppo “morale”.

Hoffman infatti fa emergere le radici affettive del comportamento morale e lascia grande spazio all’educazione ed alla promozione degli atteggiamenti positivi verso gli altri.

Tale considerazione vale anche per contrastare l’aggressività e l’agire della rabbia per promuovere le relazioni sociali di accettazione reciproca, per quanto le situazioni possano apparire difficili.

L ‘Intelligenza emotiva e l’alfabetizzazione relativa

Il tema educativo di imparare ad esprimere le emozioni, al posto di agirle, che oggi viene definito “alfabetizzazione emotiva”, riceve un forte impulso dal testo di Daniel Goleman “L’intelligenza emotiva”, tr.it.1997.

Il testo in questione conosce una fortuna immediata e segna lo spartiacque tra la considerazione delle emozioni come intralcio fastidioso alla realizzazione di sé ed invece la valorizzazione delle emozioni come veicolo di conoscenza e miglioramento della vita di relazione.

Scaturisce da esso l’idea che addirittura quella emotiva sia una intelligenza che va coltivata attraverso un vero e proprio curricolo; vi appare la concezione che l’intelligenza emotiva sia una miscela complessa in cui giocano un ruolopredominante fattori come l’autocontrollo , la pervicacia, l’empatia e l’attenzione agli altri. Può aiutare tutti noi ad affrontare un mondo sempre più complesso, violento, difficile da decifrare.

Consiste nella capacità di capire noi stessi e gli altri al di là delle parole.  L’alfabetizzazione emotiva consiste proprio in un percorso che la scuola dovrebbe offrire per insegnare a riconoscere, denominare ed esprimere le emozioni. ossia a dire cosa si prova e a fare la richiesta sociale adeguata.

Recentemente il testo delle “Indicazioni nazionali per il curricolo del primo ciclo”(2012) auspica che la scuola insegni a raggiungere l’autonomia personale anche esprimendo sentimenti ed emozioni”.

Per una corretta alfabetizzazione emotiva bisogna seguire alcuni passaggi indispensabili che così possono essere scanditi:

-ascolto del corpo e riconoscimento dell’insorgere dell’emozione;

-accettazione e legittimazione dell’emozione da parte dell’adulto (capisco che tu sia arrabbiato…);

-riconoscere il tipo di emozione e denominarla, (avere a disposizione un lessico adeguato imparando a cogliere le sfumature e le differenze);

-esprimere cosa si prova e fare la richiesta all’altro adeguata, tenendo a bada l’impulso individuale di “agire” , al fine di attivare il pensiero e trovare la domanda adatta, salvando la relazione interpersonale.

Rispetto alla paura, al posto di fuggire imparare a chiedere aiuto e rassicurazione, da parte sia di femminucce che maschietti (a questi ultimi spesso viene invece inibita la paura perchè poco “virile” con il risultato che pochi uomini adulti chiedono aiuto e rassicurazione).

Rispetto alla rabbia, invece di lottare ed aggredire imparare a fare all’altro una richiesta di cambiamento (non comportarti più così perché mi fai star male;smettila con questi atteggiamenti perché…ecc.).

Rispetto alla tristezza al posto di provare da soli a rielaborare il lutto chiedere conforto o amore.

Rispetto alla gioia se si vuole mantenere la situazione chiedere agli altri condivisione.

Il modello della “ soluzione del problema”

Esiste anche, all’interno dell’alfabetizzazione emotiva, un modello ancora più cognitivo che cerca la soluzione del problema che l’emozione ha suscitato.

Si pensa infatti che gli stati d’animo soprattutto considerati negativi (rabbia, ansia, preoccupazione, tristezza, timore, paura, ecc) facciano riconoscere che esiste un problema interpersonale.

Per prima cosa allora bisogna fermarsi a pensare ed invitare i bambini a trovare: qual è il problema? Perché senti che sotto si affaccia un problema? -per risolvere questo problema cosa vorresti che accadesse? Cosa desideri che avvenga?

-questo allora è il tuo obiettivo!

-pensa ora alle possibili soluzioni, nel modo più creativo possibile…:

-pensa ora alle varie conseguenze di ciascuna soluzione;

-scegli ora la soluzione migliore.

Questo modello induce i bambini a scrutare il loro mondo emotivo e li aiuta ad escogitare strategie per trovare un modo sia per salvare le relazioni interpersonali sia per ricavare per sé un maggiore benessere interiore.

Con l’alfabetizzazione emotiva a scuola avviene :

-un miglioramento dell’autoconsapevolezza;

-maggiore sopportazione delle frustrazioni;

-miglioramento nell’espressione e nel controllo della collera;

-migliore capacità di affrontare lo stress;

-maggiore capacità di assumere il punto di vista degli altri (compassione, cosa può provare l’altro, ecc.)

-maggiore capacità di leggere e risolvere i conflitti nei rapporti interpersonali.

H.Gardner e le intelligenze plurime.

Anche un altro famoso psicopedagogista americano, Howard Gardner, si è interessato ad ulteriori aspetti dell’ intelligenza che non fossero solo quelli logico-matematici, investigati così bene da Piaget.

Gardner ha affermato anzi che le intelligenze sono plurime (Formae mentis, 1983, tr.it.1987), all’inizio ne ha descritto solo 7 poi , più recentemente ne ha aggiunto altre due.

A noi, in questa sede, interessano le intelligenze personali, intrapersonale ed interpersonale, che si sviluppano sia nei maschi che nelle femmina, se adeguatamente sollecitate con l’alfabetizzazione emotiva.

Si tratta di intelligenze che ci aiutano a capire meglio noi stessi, a cogliere le forze che si agitano nel nostro teatro interno, (quella intrapersonale) e a capire anche meglio gli altri attraverso l’empatia partecipata sviluppando la capacità di leggere le loro emozioni e attraverso queste capire meglio i fondamenti delle relazioni (quella interpersonale).

Risulta a questo punto ovvio che se i docenti conseguono a loro volta l’alfabetizzazione emotiva, attraverso una adeguata e specifica formazione, non solo possono attivare questa importante azione a

scuola per i loro allievi ma anche gestire l’ essenziale “relazione d’aiuto” a crescere, attraverso l’ascolto empatico dei bisogni dei soggetti loro affidati, di cui parla Carl Rogers.

Si possono presentare infatti , all’interno della relazione educativa, dei particolari momenti in cui appare l’urgenza di vivere un rapporto più vicino ed autentico, ed allora sorge la necessità di possedere questa

essenziale competenza professionale.

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