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M3 La psicologia delle emozioni

LA PSICOLOGIA DELLE EMOZIONI

L’emozione è uno stato psichico affettivo e momentaneo che consiste nella reazione opposta dall’organismo a percezioni o rappresentazioni che ne turbano l’equilibrio. Le emozioni possiedono contemporaneamente radici neurobiologiche, sono una esperienza soggettiva dotata di significati, hanno valenza sociale e relazionale, sono influenzate dalla cultura dal sesso e dall’età.

Tradizione filosofica

Concezione dell’emozione come irrazionalità e imperfezione dell’anima. De Sousa metterà in evidenza che, invece, le emozioni sono razionali e hanno funziona fondamentale per assicurare l’adattamento degli individui ai loro contesti di vita.

Il Cognitivismo

L’emozione si configura come un fenomeno complesso che ha una durata nel tempo, si produce in relazione alla valutazione degli eventi esterni o interni all’individuo, comporta modificazioni fisiologiche. L’emozione è vista quindi come la risultante dell’interazione tra una componente di attivazione fisiologica dell’organismo e una di natura psicologica. Nel campo del cognitivismo troviamo le teorie dell’appraisal (valutazione), distinte in due approcci diversi.

Il primo è detto degli approcci discreti che enfatizza le differenze tra le emozioni in rapporto agli eventi che le producono, sottolinea l’esistenza delle emozioni di base ed è focalizzato soprattutto sugli eventi casuali. Il secondo approccio è detto approccio dimensionale sottolinea gli elementi di somiglianza che accomunano le varie emozioni. Si hanno continui controlli valutativi dello stimolo quali: la novità, la piacevolezza/spiacevolezza, rapporto tra stimolo e i bisogni dell’organismo, la capacità di far fronte all’evento, la compatibilità con le norme sociali e l’immagine di sé.

Teorie psico-evoluzioniste

Darwin propose una tassonomia dettagliata di espressioni emotive che mettessero in evidenza la continuità tra meccanismi del comportamento adulto e quello degli animali e dei bambini. Egli sosteneva l’dea dell’universalità delle espressioni emotive. I movimenti facciali e del corpo formano l’articolarsi dei primi scambi comunicativi nell’interazione tra il bambino e la madre (caregiver) assicurando le basi della costruzione del legame affettivo.

Una certa espressione è funzione del contesto: le espressioni facciali sono dei messaggi destinati a chi guarda e hanno quindi una chiara funzione sociale. In tale prospettiva si considerano 4 emozioni principali: felicità, paura, collera, tristezza. Le emozioni fondamentali hanno una base biologica e sono indagabili.

Teorie socioculturali

Due posizioni distinte: estremo costruzionismo sociale (nega il valore alle determinanti biologiche enfatizza il ruolo dei fattori culturali), e moderato costruzionismo (riconosce il ruolo allo strato biologico, è empirica, indaga costanti culturali relativamente a aspetti particolari delle emozioni). Alcune emozioni non hanno equivalenti in tutte le culture. Il ruolo del linguaggio è centrale nella costruzione sociale delle emozioni perché porta a comprendere i significati contestuali dell’esperienza e della regolazione delle emozioni.

I termini “emozione”, “emotivo”, “emotività” compaiono frequentemente nei nostri discorsi. Questo rispecchia il fatto che ciascuno di noi avverte le emozioni come facenti parte della nostra vita, determinando spesso il modo di vedere determinate realtà, di vivere molte delle nostre esperienze. Ma a cosa facciamo riferimento quando nominiamo le emozioni? Per lo più pensiamo a delle sensazioni più o meno forti, degli stati soggettivi che possono avere una durata più o meno prolungata nel tempo, variare per intensità e per tipo. Il senso comune è inoltre sempre molto pronto a trovare spiegazioni per la nascita e lo sviluppo di particolari stati emotivi, e anche per suggerire metodi per affrontare e gestire tali stati.

Le emozioni, oltre ad avere tanto spazio nel campo della psicologia ingenua, sono un importante oggetto di studio per la psicologia scientifica: sono da essa considerate come reazioni psicofisiche piacevoli o spiacevoli dell’individuo a eventi esterni e interni rilevanti per i suoi scopi, dalla sopravvivenza fisica all’adattamento sociale. Sono costituite da un insieme di risposte alla percezione di uno stimolo con il quale l’organismo interagisce: risposte fisiologiche (alterazioni della frequenza respiratoria e cardiaca, della conduttività elettrica della pelle, della pressione sanguigna), che sfociano in sensazioni corporee quali tachicardia, rossore, sensazioni di caldo o di freddo; risposte tonico-posturali, come la tensione o il rilassamento corporeo; risposte comportamentali predisposte mentalmente, abbozzate o compiutamente attuate; risposte espressive di tipo mimico-facciale, vocale e gestuale; risposte espressive di tipo linguistico (per esempio scelte lessicali e sintattiche), il tutto, naturalmente è arricchito poi dall’esperienza soggettiva dei singoli individui.

Una distinzione alla quale aderiscono numerosi autori è quella tra emozioni fondamentali, o di base, o primarie, ed emozioni complesse, o sociali. Le prime appaiono connesse a scopi quali la sopravvivenza fisica, lo stabilirsi e il mantenersi di una relazione personale, la possibilità di portare a termine le azioni intraprese; risultano comuni all’uomo e agli animali superiori. Le seconde sono invece fortemente dipendenti da scopi e capacità cognitive resi disponibili dallo sviluppo cognitivo e sociale. Le emozioni più frequentemente classificate come fondamentali sono gioia, tristezza, paura, rabbia, alle quali secondo alcuni studiosi si aggiungono sorpresa, disprezzo, disgusto. Tra le emozioni sociali le più assiduamente citate risultano vergogna, senso di colpa, invidia, gelosia. Le emozioni fondamentali – al contrario di quelle sociali – possono essere espresse mediante modalità facciali, gestuali e vocali, che sono universali, cioè indipendenti dalla cultura di appartenenza, e compaiono già nel bambino di meno di un anno e nei primati superiori (“Esprimere le emozioni”). Per quanto riguarda il nascere e lo svilupparsi delle emozioni nei bambini le due principali posizioni sono l’ipotesi della differenziazione, secondo la quale da un iniziale stato di eccitazione si differenziano nel corso dello sviluppo le specifiche emozioni, e l’ipotesi differenziale, in base alla quale già nel neonato sono presenti alcune emozioni primarie.

Teorie sulle emozioni

Diverse sono le posizioni teoriche assunte dagli psicologi relativamente alla natura, l’origine e la funzione delle emozioni. Fino agli anni Sessanta gli studi sull’emotività si sono organizzati attorno alla controversia tra la teoria di James e quella di Cannon.

James propose nel 1884 una teoria periferica o “viscerale”, secondo la quale “non piangiamo perché siamo tristi, ma siamo tristi perché piangiamo”: l’evento emotigeno causerebbe cioè una serie di cambiamenti a livello viscerale e neurovegetativo, cambiamenti percepiti dall’individuo e interpretati come esperienza emotiva. James parte dunque dalla semplice percezione di un evento che porta al “sentirlo emotivamente”, e pone alla base di questo sentire emotivo l’attivazione fisiologica dell’organismo (arousal) senza la quale non sarebbe possibile neanche definire un’emozione in quanto tale. La posizione di James fu molto criticata, soprattutto da Cannon, che riteneva che i visceri fossero troppo poco sensibili e le loro reazioni troppo indifferenziate per poter essere considerati effettivamente la fonte principale delle emozioni. Tuttavia, sebbene perplessità circa la posizione di James siano inevitabili, la teoria in sé presenta notevoli spunti euristici che sono stati positivamente sviluppati da altri studiosi. Ricordiamo ad esempio l’ipotesi del feedback facciale, che postula un rapporto diretto tra le espressioni facciali e il sentire emotivo (di conseguenza modificando volontariamente le espressioni facciali – ad esempio addestrando i soggetti a contrarre i muscoli implicati nell’atto del sorridere – dovrebbero in qualche modo essere influenzate anche le emozioni corrispondenti, corrispondenza che ha effettivamente trovato un riscontro empirico), e la teoria vascolare dell’efferenza emotiva, che è alla base di discipline quali la meditazione trascendentale, lo yoga, o il training autogeno. Essa postula che il ritmo e le modalità di respirazione, causando un cambiamento della temperatura dell’ipotalamo, influenzino di conseguenza gli stati emotivi: il raffreddamento ipotalamico è condizione base per stati emotivi positivi, mentre, al contrario, un innalzamento della temperatura di questa regione porta a stati emotivi negativi.

Con la sua teoria centrale o neurologica James Cannon, pur rimanendo legato all’origine neurofisiologica delle emozioni, sostenne invece nel 1927 che l’emozione ha origine nella regione talamica dell’encefalo ed è dunque di natura centrale. Successivamente, a partire dal contributo di Cannnon, altri studiosi hanno ipotizzato che il circuito posto come base dell’attivazione e della regolazione dell’emozionalità umana comprenda tutta la zona composta da talamo, ipotalamo (che coordina il sistema nervoso autonomo e se stimolato produce risposte emotive “complete”, quale ad esempio la difesa affettiva nei gatti) e amigdala (considerata come il computer dell’emozionalità:da una parte –circuito subcorticale – valuta le emozioni in maniera rapida, precognitiva, attuando se necessario risposte tempestive, mentre dall’altro – circuito corticale – ponendo in contatto queste informazioni “primitive” con le aree associative della corteccia svolge funzioni superiori di valutazione dell’evento emotigeno).

Le posizioni di J. Cannon, entrambe centrate sugli aspetti neurofisiologici dell’emotività, risultano incomplete in quanto paiono escludere ogni aspetto prettamente psicologico. Il primo a proporre un modello che tenesse conto anche di questo fattore fu Schachter, con la sua teoria cognitivo-attivazionale (o teoria dei due fattori). Egli associò alla comunque imprescindibile attivazione fisiologica una componente di natura psicologica che spiegasse l’attivazione fisiologia (altrimenti a suo parere troppo indifferenziata e aspecifica) sulla base di un evento emotigeno coerente.

Schachter ritiene che entrambe le componenti siano condizioni imprescindibili per lo sperimentare da parte degli individui di un qualsiasi stato emotivo, e che essi debbano inoltre essere accompagnate da un secondo atto cognitivo (successivo alla percezione e al riconoscimento dello stato emotivo) che permetta di stabilire una connessione tra i due fattori portando ad “etichettare” in maniera appropriata l’emozione che si sperimenta. Schachter tentò di trovare conferma sperimentale alla sua teoria e alle ipotesi da essa derivate, e in molti casi ebbe risultati incoraggianti: ad esempio riuscì a dimostrare che se le persone sono spinte ad attribuire un’attivazione indipendente da uno stato emotigeno (ad esempio quella conseguente alla somministrazione di uno stimolante quale l’adrenalina) ad una situazione emotivamente pertinente, produrranno risposte emotive coerenti con l’associazione formate. Per cui soggetti a cui era stata somministrata adrenalina, ma che non erano stati informati correttamente circa la sostanza che assumevano e i suoi effetti, e che venivano successivamente posti a contatto con stimoli emotigeni, tendevano ad associare lo stato di attivazione fisica che sentivano (causato dall’adrenalina) alla situazione che stavano vivendo, intensificando le loro risposte emotive rispetto a persone che, trovandosi in situazione analoga, erano però stati correttamente informati riguardo gli effetti dell’adrenalina.

Dopo la svolta nel modo di concepire e studiare le emozioni imposta dalla teoria dei due fattori, gli anni Ottanta videro sorgere le teorie dell’appraisal. Appraisal è un termine inglese (valutazione, perizia), con cui si designa la valutazione cognitiva degli stimoli. In psicologia delle emozioni, alcuni studiosi sostengono che emozioni diverse sono caratterizzate da differenti sistemi valutativi, composti da specifiche componenti o dimensioni; l’appraisal sarebbe dunque all’origine della risposta emozionale. Questa visione si contrappone al senso comune, che vedrebbe il sentire emotivo come qualcosa di immediato, non controllabile, e ben distinto da controlli cognitivi specifici. Gli studiosi dell’appraisal sostengono al contrario che le emozioni non possono nascere senza una ragione e che la loro origine è riscontrabile sempre in una qualche forma di valutazione cognitiva della situazione collegata all’evento emotigeno con tutti i suoi possibili legami con il benessere e le aspettative, gli scopi, i desideri del soggetto coinvolto. In questo modo si mette in risalto, accanto alla valutazione cognitiva, l’importanza della soggettività nella percezione e di un’esperienza emotiva. Le principali valutazioni riguardano il carattere piacevole o spiacevole dell’evento cui segue l’emozione, la sua novità, la previsione della sua durata e controllabilità, l’incertezza circa le sue conseguenze, la sua compatibilità con le norme sociali di riferimento e con l’immagine che l’individuo coinvolto ha di sé.

Altri studiosi, rifacendosi agli studi di Darwin, hanno preferito vedere le emozioni come reazioni sviluppatesi per la sopravvivenza della specie umana (ad esempio la paura porterebbe a scappare davanti a un pericolo, il sorridere come reazione di gioia faciliterebbe il riconoscimento di persone non ostili…). Le emozioni, quanto meno quelle primarie, vengono dunque concepite all’interno di queste teorie psicoevoluzionistiche come qualcosa di unitario e innato nell’uomo. Esse quindi, così come le corrispettive espressioni facciali che le caratterizzano, sarebbero geneticamente determinate e automatiche nel loro insorgere.

Esprimere le emozioni

Le emozioni oltre a svolgere una funzione che potremmo definire più “personale” riguardante l’interiorità e il sentire del singolo individuo, sono anche un importante mezzo di comunicazione. Le emozioni non restano solamente dentro di noi ma vengono condivise, tramite espressioni, gesti e parole con chi ci sta accanto. Tali forme espressive vengono generalmente considerate come strettamente connesse alla espressioni che le hanno generate e facilmente decifrabili da chiunque. La psicologia si è occupata di studiare l’emotività anche da questo particolare punto di vista.

Per quanto riguarda l’espressione facciale delle emozioni, come già accennato sopra, il primo problema preso in considerazione dagli studiosi delle emozioni riguardava l’innatezza e l’universalità delle espressioni emotive (ipotizzate da Darwin): alcuni psicologi, tra cui Eckman e Izard, si sono schierati decisamente a favore di una tesi innatista, secondo la quale le espressioni facciali delle emozioni primarie sono condivise e riconosciute da tutti gli esseri umani in quanto fissate su basi genetiche. Ma ricerche condotte in maniera approfondita per confermare questa ipotesi hanno fatto sorgere pesanti dubbi sulla sua fondatezza, e l’unica emozione che viene effettivamente riconosciuta in maniera stabile a prescindere da situazioni di contorno quali la cultura di appartenenza dei soggetti o gli stimoli utilizzati dagli sperimentatori è la gioia, mentre risultati più modesti si sono ottenuti con le espressioni di emozioni negative. In definitiva si è giunti a concordare sul fatto che esista un certo legame universale tra le emozioni di base e le loro espressioni facciali, ma tale legame funge esclusivamente da base all’espressione delle emozioni lasciando ampio spazio a influenze ambientali, culturali e soggettive.

Le emozioni possono anche essere trasmesse, e quindi percepite a livello vocale. Questa modalità espressiva è stata oggetto di minore attenzione da parte della psicologia scientifica, ma gli studi condotti hanno comunque evidenziato aspetti interessanti della questione. La voce si presenta come uno strumento estremamente ricco di potenzialità e molto flessibile, che con le infinite possibili variazioni nel tono dell’eloquio, nella sua durata (il ritmo con cui parliamo, la velocità, il modo in cui tendiamo ad utilizzare le pause), nell’intensità e nell’articolazione delle parole offre molti modi per arricchire di significati quanto viene detto a livello puramente verbale. Studi sono stati condotti sia sulla fase di encoding (si misurano nell’eloquio dei soggetti i correlati acustici delle diverse emozioni, cioè come una persona parlando utilizza la voce per esprimere una determinata emozione) dell’espressione vocale delle emozioni che su quella di decoding (se e come l’ascoltatore è in grado di riconoscere correttamente l’emozione che il parlante voleva trasmettere). Tali studi hanno evidenziato da una parte come ogni espressione sia effettivamente caratterizzata da precisi indicatori vocali, e dall’altra come gli ascoltatori siano in grado di riconoscere correttamente (con una percentuale di accuratezza che si avvicina al 60%, percentuale superiore a quella riscontrata negli studi sul riconoscimento delle espressioni facciali) uno stato emotivo basandosi esclusivamente su questi indicatori vocali.

In conclusione è però importante sottolineare come non sempre c’è una diretta corrispondenza tra l’emozione come viene sentita dal soggetto e l’emozione che viene espressa: spesso un’elaborazione dell’emozione stessa può avvenire sulla base della valutazione che il soggetto stesso attua sull’emozione: il fatto di sentirsi più o meno in grado di far fronte all’evento emotigeno lo porterà ad enfatizzare o inibire l’espressione stessa dell’emozione che prova, così come l’avvertire l’emozione come compatibile o meno con le sue norme sociali di riferimento (spesso, ad esempio, emozioni come la tristezza o la gelosia vengono attenuate nella loro manifestazione per cercare di trasmettere agli altri una migliore immagine di sé sulla base delle norme sociali condivise).

Emozioni e cultura

Come abbiamo visto, le emozioni non dipendono unicamente da un’attivazione neurofisiologica, ma comprendono, a vari livelli, valutazioni attive da parte degli individui. Questa valutazione non solo porta ad associare alle emozioni dei processi cognitivi di ordine superiore (vedi paragrafo “Emozioni e processi cognitivi”), ma sottolinea anche l’importanza dell’individualità e del contesto culturale di riferimento nell’interpretare e quindi nel vivere una determinata emozione.

Così a seconda anche dei valori di riferimento, in determinate culture alcune emozioni si riscontrano con più frequenza di altre (per esempio, in una cultura come quella indiana dove la tendenza è di assegnare maggior importanza al destino e/o a forze di natura soprannaturale, non controllabili dall’uomo, sarà meno facile riscontrare collera nella popolazione rispetto alle società occidentali che tendono al contrario a sottolineare le responsabilità dei singoli), o addirittura esistono emozioni non condivise con altre culture (come l’emozione che i giapponesi chiamano oime e che corrisponde a un sentimento di debito psicologico e morale nei confronti di un’altra persona). Va anche considerata la tendenza ad esprimere o reprimere le emozioni varierà da popolo a popolo: così ad esempio è luogo comune che gli inglesi tendano a cercare di mantenersi freddi e distaccati rispetto all’emotività, finendo per parlare delle loro emozioni più che mostrarle, mentre accade esattamente il contrario in Polonia, dove il mostrarsi riservati relativamente al proprio sentire è visto in termini estremamente negativi. Inoltre le persone tenderanno a sviluppare una determinata focalità emotiva nei confronti di certe emozioni piuttosto che di altre e ad attivarsi di conseguenza in maniera più veloce fornendo risposte immediate quando si trovano davanti ad eventi che vengono riconosciuti come “focali” per la propria cultura, eventi davanti ai quali l’individuo si sente in un certo senso chiamato a prestare attenzione e dare una sua qualche risposta.

Emozioni e processi cognitivi

Abbiamo visto come lo studio delle emozioni ha presto adottato una prospettiva strettamente psicologica rispetto ai primi studi più neurofisiologici, prospettiva in cui grande spazio è stato riservato all’indagine dei rapporti tra emozione e processi cognitivi (percezione, memoria, rappresentazione, linguaggio). Oltre alle posizioni già esaminate precedentemente scorrendo i principali teorici che si sono occupati di definire l’emotività, è interessante anche ricordare come in quest’ambito un dibattito assai vivace ha riguardato negli anni Ottanta il problema della dipendenza o dell’indipendenza dell’emozione dalla cognizione: esemplari di due punti di vista antitetici sono la posizione di Zajonc e Lazarus. Zajonc ha sostenuto che sistema cognitivo e sistema emotivo sono separati e parzialmente indipendenti: l’emozione può sorgere senza che alcun processo cognitivo la preceda, benché generalmente i due sistemi funzionino congiuntamente. Lazarus ha invece affermato che i fenomeni emozionali sono profondamente e completamente interconnessi ai processi cognitivi. Per entrambi gli autori i processi percettivi sensoriali precedono l’insorgere dell’emozione, ma per Zajonc tali processi sono di tipo riflesso, mentre per Lazarus essi sono caratterizzati dalla presenza di elaborazione cognitiva, benché preconscia, e danno luogo alla valutazione della situazione (quella stessa cui fanno riferimento i teorici dell’appraisal sopra ricordati) da cui origina l’emozione. Altre posizioni sui rapporti tra emotività e processi cognitivi sono quella dell’interconnessione radicale tra i due sistemi, elaborata da Leventhal e Scherer, e quella di Izard, secondo cui cognizione ed emozione costituiscono sistemi separati ma interagenti. Secondo Izard è necessario distinguere tra esperienza emotiva sentita e simbolizzata: l’esperienza emotiva può essere consapevole senza dare luogo necessariamente a una rappresentazione cognitiva. In tale forma, essa rappresenta l’aspetto motivazionale dell’esperienza e diviene emozione simbolizzata qualora si connetta a pensieri, simboli, immagini.

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