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M3 Pragmatica della comunicazione

PRAGMATICA DELLA COMUNICAZIONE

Regole, assiomi, aspetti fondamentali

INDICE DELLA DISPENSA

  1. La comunicazione in ambito educativo
  2. Cosa vuol dire comunicare
  3. Gli assiomi della comunicazione
  4. Le patologie comunicative
  5. L’insegnante come leader comunicativo

 

  1. La comunicazione in ambito educativo

La tematica della comunicazione è di importanza determinante per chiunque si occupi di educazione, in quanto nella comunicazione è implicato non solo l’aspetto della trasmissione di contenuti e il rapporto educativo in senso stretto, ma anche un aspetto etico.

Ciascuno di noi deve a qualche adulto elementi importanti della propria formazione di bambino o di adolescente: a partire dai genitori, la cui importanza è evidente, ricordiamo con affetto certi insegnanti, che hanno agito sulla nostra formazione veicolando, oltre ai contenuti delle materie che ci insegnavano, valori etici ai quali ci sentiamo legati. Per contrasto, anche l’insegnante che ricordiamo in negativo è stato importante, perché ci ha aiutato a riconoscerci o meno in talune idee o atteggiamenti, a fare dunque le nostre

scelte, a costruire la nostra identità.

Tutto questo complesso di valori, idee, atteggiamenti, sono veicolati dalla comunicazione, verbale e non verbale, che comincia ad esercitare la sua influenza fin da quando il bambino è molto piccolo.

La comunicazione tra adulto e bambino è tipicamente asimmetrica: l’adulto è il partner dominante nella relazione, diversamente da quanto tra pari età, dove la comunicazione è più tipicamente simmetrica.

L’asimmetria della comunicazione tra adulto e bambino/ragazzo ne fa uno strumento potente, sia dal punto di vista cognitivo che psicologico: l’adulto ha la responsabilità della gestione del rapporto e attraverso la comunicazione può attivare l’acquisizione delle conoscenze e trasmettere rassicurazione, fiducia, aiutando il minore a “crescere”. Ma la medesima asimmetria può fare della comunicazione uno strumento delicato e pericoloso se utilizzato scorrettamente: per questo è importante che gli educatori, che utilizzano la comunicazione quotidianamente e con intenti etici / professionali, ne conoscano bene le caratteristiche e la sappiano gestire con consapevolezza.

Cosa vuol dire comunicare

Nella comunicazione sono implicati almeno due aspetti, come si è detto, uno cognitivo e uno affettivo o psicologico.

L’aspetto cognitivo è evidente: attraverso la comunicazione vengono veicolati i contenuti di apprendimento, quindi possiamo dire che la comunicazione è trasversale a qualsiasi contenuto cognitivo. Il linguaggio, che rappresenta la forma più alta e formale di comunicazione, è lo strumento del pensiero più evoluto: senza il linguaggio il pensiero è meno strutturato ed organizzato, incapace di ragionamento logico. Basta pensare alla

nostra personale esperienza: non pensiamo forse attraverso le parole, come fosse una sorta di linguaggio interiore?

Ma la comunicazione è anche, inevitabilmente, un fenomeno umano, quindi affettivo. Se pensiamo ancora alla nostra esperienza personale, ci rendiamo conto di quanto contano le modalità comunicative: niente ci rende più felici o più infelici quanto le relazioni con gli altri. Questo vale anche per i bambini e per i giovani, anzi a maggior ragione per loro, che sono più vulnerabili in quanto partner “asimmetrici”.

Possiamo quindi ben comprendere che tanto più sarà sereno e motivante, stimolante ed accogliente l’ambiente comunicativo, tanto più saranno facili le acquisizioni cognitive e sarà piacevole il rapporto tra insegnante e allievi: in altre parole i ragazzi imparano di più e anche gli insegnanti ne traggono maggior soddisfazione.

L’insegnante deve conoscere le caratteristiche più importanti della comunicazione per utilizzarla consapevolmente e al meglio come strumento formativo.

La comunicazione definisce il sistema relazionale in cui l’individuo è inserito e presenta due componenti : una verbale e una non verbale.

Secondo Watzlavick e gli studiosi di Palo Alto (California) ogni individuo è inserito in una serie di sistemi organizzati e governati da dinamiche comunicative. Una famiglia, una squadra sportiva, un gruppo classe, rappresentano altrettanti sistemi in cui gli individui sono inseriti e in cui si instaurano dinamiche particolari. La situazione è molto complessa: ogni individuo è inserito in un sistema (es. diade madre-figlio), a sua volta inserito in un sistema più vasto (la famiglia), a sua volta in relazione con altri sistemi socio-relazionali,

allargando via via il campo.

Non si può comprendere un individuo, se non si comprende tutto il complesso gioco di sistemi in cui è inserito.

Cosa caratterizza un sistema? L’insieme delle comunicazioni verbali e non verbali che avvengono al suo interno: sono queste comunicazioni che definiscono il ruolo di ciascun membro all’interno del sistema stesso.

In ogni sistema si viene a stabilire un equilibrio nei flussi comunicativi, che tendono a definire il ruolo di ciascuno entro il sistema stesso. Tale equilibrio diventa stabile e tende a perpetuare con ricorsività i flussi comunicativi, ovvero tende a mantenersi in una sorta di equilibrio omeostatico. Significa che ogni apporto, proveniente dall’interno o dall’esterno, che tenti di modificare questo equilibrio, intervenendo su singole definizioni di ruolo e/o sulla tipologia dei flussi comunicativi, verrà metabolizzato dal sistema. Il sistema cioè tenderà ad annullare quella “perturbazione” e a riportare l’equilibrio preesistente. Questa dinamica si manifesta anche quando questo equilibrio è patologico, e quindi crea situazioni di sofferenza in qualcuno dei membri del sistema. Un esempio abbastanza intuitivo è rappresentato dai sistemi in cui si crea la dinamica del capro espiatorio: si tratta di un componente del sistema che viene caricato di negatività, che in questo modo viene funzionalmente concentrata su un membro e scaricata da tutti gli altri componenti del gruppo. Questa dinamica, certamente negativa, è comunque funzionale al sistema che cercherà di perpetuarla; se per qualche ragione il membro designato resiste a questa attribuzione di ruolo ed innesca dinamiche comunicative reattive, o semplicemente esce dal gruppo, è molto probabile che il gruppo faccia pressione per confermarlo in quel ruolo oppure trovi un altro membro da designare come capro espiatorio.

Questo ci fa capire che ogni modificazione delle dinamiche di ruolo del singolo deve prevedere un’azione complessa su tutto il sistema, altrimenti ogni modificazione rischierà di essere annullata dall’azione sistemica. Per questa ragione le psicoterapie “sistemiche” lavorano sempre con il gruppo intero; non seguono ad esempio solo il bambino o il ragazzo portatore di un disagio psicologico, ma tutta la famiglia è chiamata a partecipare alle sedute. Ogni cambiamento dell’individuo si riflette nel cambiamento dell’equilibrio dell’intero sistema e deve quindi essere metabolizzato da tutti i membri per non veder vanificati gli sforzi terapeutici.

Il questa direzione sono molto rilevanti le teorie interpretative e gli interventi terapeutici sistemici nell’ambito della psichiatria (schizofrenia in particolare). Gli psicologi sistemici individuano infatti la patologia comunicativa ricorrente come evento causale di alcune patologie psichiatriche.

Gli assiomi della comunicazione

  • 1° assioma – È impossibile non comunicare.
  • 2° assioma – In ogni comunicazione si ha una metacomunicazione che regolamenta i rapporti tra chi sta comunicando.
  • 3° assioma – Le variazioni dei flussi comunicativi all’interno di una comunicazione sono regolate dalla punteggiatura utilizzata dai soggetti che comunicano.
  • 4° assioma – Le comunicazioni possono essere di due tipi analogiche (ad esempio le immagini, i segni) e digitali (le parole).
  • 5° assioma – Le comunicazioni possono essere di tipo simmetrico, in cui i soggetti che comunicano sono sullo stesso piano (ad esempio due amici) e di tipo complementare, in cui i soggetti che comunicano non sono sullo stesso piano (ad esempio la mamma con il figlio).

Il primo e fondamentale assioma della comunicazione è che non si può non comunicare.

Qualsiasi tentativo di sottrarsi alla comunicazione, come il silenzio e l’isolamento, comunica comunque qualcosa, se non altro la volontà di non interagire con gli altri.

Il secondo assioma è che ogni comunicazione contiene due aspetti: un contenuto e una connotazione relazionale, come ampiamente discusso sin qui. Questi due aspetti possono sottolinearsi a vicenda oppure contraddirsi .

Ad esempio, una madre può dire al proprio figlio: “Non andare a giocare fuori”, con tono molto accomodante. La comunicazione che arriverà al figlio non sarà semplicemente un divieto a compiere quell’azione, ma qualcosa del tipo “Se proprio vuoi, puoi anche disubbidire”.

Le parole, il linguaggio, veicolano il contenuto del messaggio (o messaggio “digitale”), mentre l’intonazione, la gestualità, la prossemica, ecc. veicolano l’aspetto di relazione (messaggio “analogico”).

Questi due aspetti possono essere coerenti (si confermano a vicenda) oppure in contraddizione (si disconfermano a vicenda) e questo è un ulteriore assioma della comunicazione.

Infatti all’interno di un sistema le comunicazioni possono essere chiare, univoche, creative. In questo caso si ha la massima forza ed efficacia comunicativa: tra contenuto ed aspetti relazionali c’è coerenza, supporto reciproco ed in questo modo il messaggio diventa

veramente formativo, capace di parlare sia alla parte cognitiva che a quella affettiva del soggetto interlocutore.

Ma le comunicazioni possono anche essere rigide, ripetitive, contraddittorie: in quest’ultimo caso possono imprigionare l’individuo in dinamiche patologiche.

Quando questo accade, sistematicamente assistiamo a incongruità tra ciò che viene comunicato a livello verbale (o digitale) e ciò che contemporaneamente viene comunicato a livello non verbale (analogico o relazionale). I due messaggi si disconfermano a vicenda, cosicchè l’individuo è imprigionato in una situazione di stallo dalla quale non riesce ad uscire. Se accetta come vero il contenuto, nega la sua percezione relazionale, in caso contrario, nega il contenuto: qualsiasi cosa faccia sbaglia, è bloccato.

Siccome i messaggi più ambigui, quelli che possono essere più facilmente equivocati, ma anche quelli più immediatamente intuiti a livello profondo, sono quelli non verbali.

La comunicazione non verbale comincia a “funzionare” molto prima che il canale verbale venga appreso, e per lungo tempo veicola tutti i messaggi possibili al bambino piccolo. La tattilità, il calore, il tono di voce, la vicinanza, la cinesi, gli odori e i sapori comunicano al bambino la qualità della relazione col mondo: la protezione, l’affettività, la sicurezza.

Lo sviluppo della comunicazione verbale non annulla il canale non verbale, anche se gli sottrae un po’ di spazio: esso continua a funzionare, a volte anche se non ne siamo completamente consapevoli, e continuamente, parallelamente, ci comunica il “come” dobbiamo intendere le parole, rimaneggiandone il senso.

Nei bambini ed in generale tra i soggetti in età evolutiva, più che mai prevale l’interpretazione del canale non verbale su quello verbale. Diventa quindi necessario saper interpretare correttamente ed usare intenzionalmente il non verbale per poter dare un senso corretto anche al messaggio verbale. In questo senso “mettere in gioco il corpo”è indispensabile . Agli insegnanti questo deve essere ben chiaro. Tutti i contenuti

veicolati con le parole (le discipline) passano attraverso il corpo dell’insegnante, non solo quando gli alunni sono bambini, ma anche quando sono adolescenti!

Esiste una certa quantità di comunicazioni non verbali (ad esempio i gesti) che risentono molto di una connotazione culturale, ma vi è una parte determinante di messaggi non verbali che sono “originari” della specie umana e che sono intesi da tutti nello stesso modo. Si tratta di strumenti diretti e immediati e quindi preziosi come strumenti educativi: il contatto oculare, il sorriso, la carezza… e per i piccoli il dondolio e l’abbraccio. In un momento in cui accedono alle nostre scuole tanti ragazzi provenienti da diversi paesi e

con diverse culture, l’aspetto non verbale della comunicazione assume tanta più importanza quanto meno condivisi sono i codici linguistici “digitali”.

Certo, il non verbale comunica efficacemente messaggi relazionali o affettivi, psicologici (cosa penso io di me, cosa penso dell’altro, cosa penso della nostra relazione, cosa penso della cosa di cui trattiamo). Non veicola altrettanto bene contenuti specifici, dati e notizie, a meno che non si tratti di un codice organizzato alla maniera del linguaggio verbale (come accade ad esempio nel linguaggio dei segni).

Le patologie comunicative

L’ambiguità della comunicazione non verbale è stata analizzata proprio in quanto è all’origine spesso di dinamiche patologiche all’interno del gruppo, dinamiche che, come anticipato più sopra, tendono al mantenimento dello “status quo”.

Le comunicazioni influenzano i nostri atteggiamenti e viceversa, e tra i due piani del verbale e del non verbale deve esserci congruenza. Se invece congruenza non c’è, il messaggio che arriva al soggetto è contraddittorio, destrutturante.

Ci troviamo in questo caso nella situazione del doppio legame: il soggetto è preso in una comunicazione fatta di messaggi contemporanei e contraddittori, se accoglie una parte del messaggio nega l’altra . Se la comunicazione è simmetrica, il soggetto può scegliere di uscire dal contesto comunicativo e sottrarsi così all’ambiguità. Ma se il soggetto è in posizione asimmetrica, non può fare questa scelta.

Un esempio tipico nelle descrizioni delle patologie relazionali, è quello della madre che dice al figlio “Abbracciami!”, ma se questi lo fa la madre si irrigidisce, contraddicendo quindi il messaggio verbale. Il figlio non sa se credere al messaggio verbale o a quello non verbale, qualsiasi cosa faccia, sbaglia.

Se pensiamo alla nostra casistica personale, ci rendiamo conto di quanto ci sconcerti e ci disturbi la comunicazione contraddittoria. Si può reggere tra pari, perché ciascuno può scegliere di uscire dalla relazione, ma è pericolosissima quando vi è asimmetria.

Quest’ultima è la condizione tipica dell’insegnamento perché l’adulto è arbitro del rapporto: questo carica il suo ruolo di una enorme responsabilità.

L’asimmetria insegnante-alunno è una condizione naturale e corretta. Anche quando l’adulto scherza e gioca con gli alunni, deve rimanere educatore. Solo così può costituire per l’alunno un punto di riferimento sicuro, che orienti il comportamento con chiarezza.

I bambini e i ragazzi sono abilissimi a decodificare il non verbale. Conviene esser sinceri con loro, spiegando le cose al loro livello di comprensione, ma offrendo sempre gli elementi per comprendere il senso delle nostre comunicazioni non verbali. Piuttosto che dire distrattamente “bravo” a un ragazzino che ci mostra un suo lavoro, conviene dire “scusami, sono stanco in questo momento, aspetta un po’ che poi lo guardo con calma” oppure: “sono un po’ nervoso perché ho litigato con un amico, non ce l’ho con te…” evitando che il ragazzino si preoccupi più del necessario oppure rimanga in un fastidioso impasse perché non capisce se il nostro atteggiamento è dovuto ad una disconferma del suo operato.

La comunicazione non verbale dell’insegnante orienta enormemente le condotte degli alunni. D’altra parte, proprio il controllo di questa forma di comunicazione sfugge spesso all’autocontrollo e risulta inconsapevole.

Un esempio famoso di come la comunicazione non verbale sia tanto potente quanto inconsapevole è il famoso esperimento di Rosenthal e Jacobson, che ha messo in evidenza l’effetto “Pigmalione “, noto anche come quello della “profezia che si autorealizza”.

Questi due autori effettuarono una serie di esperimenti, tra cui uno, esemplificativo, è il seguente: si scelse un gruppo di alunni di pari livello e, del tutto a caso, si suddivisero in tre gruppi dicendo agli insegnanti, che non li conoscevano, che uno di questi gruppi era formato da alunni molto dotati. Analizzati a distanza di tempo, gli alunni dimostravano realmente delle differenze: le aspettative differenziate degli insegnanti avevano quindi prodotto dei cambiamenti nel rendimento degli allievi. Questo perché le aspettative si traducono inconsapevolmente in comportamenti comunicativi particolari, che confermano o disconfermano, rinforzano o minimizzano le prestazioni degli allievi.

Le aspettative costituiscono un argomento molto delicato cui l’insegnante deve quindi porre molta attenzione. Anche di fronte a situazioni difficili, l’insegnante deve poter scommettere sul successo dei propri alunni e deve crederci, tanto da essere credibile nel comunicarlo e farlo trasparire dai propri atteggiamenti e comportamenti, oltre che dal proprio linguaggio verbale. Vale infatti anche l’inverso: le aspettative negative tendono ad auto realizzarsi nella misura in cui si traducono in una comunicazione svalutativa, tanto più

difficile da controllare in quanto inconsapevole.

Una particolare aspettativa o stereotipo è costituita dalla tendenza ad attribuire alla famiglia la responsabilità di una non riuscita scolastica dell’alunno. Capita che la comunicazione con la famiglia non sia tanto finalizzata a trovare insieme una soluzione al problema, ma a cercare un alibi per l’insegnante, che cerca di individuare al di fuori la responsabilità di una “non riuscita”. La comunicazione con la famiglia deve invece essere centrata sull’obiettivo e funzionale a stabilire sinergie, senza che nessuno si chiami fuori.

Ciascuno di noi possiede modelli di identificazione non del tutto consapevoli interiorizzati nel corso della nostra storia educativa, che è poi storia comunicativa. In ragione di questi nostri modelli riusciamo più facilmente a sopportare l’alunno timido, piuttosto che quello lagnoso, aggressivo o altro. Fa parte del bagaglio professionale dell’insegnante prendere atto dell’inevitabilità di questi atteggiamenti personali, saperli riconoscere e saperli leggere in modo critico, correggendoli se occorre.

L’insegnante come leader comunicativo

L’insegnante è il leader del gruppo e il suo ruolo è circondato da una serie di segnali comunicativi particolari che lo confermano: i bambini e i ragazzi sono molto sensibili a questi segnali.

Ci sono persone che “naturalmente” riescono a mandare questi segnali, a stabilire rapporti: dispongono insomma di “abilità sociali”; altri faticano di più, ma si può imparare.

L’osservazione dei comportamenti comunicativi altrui e di cosa producono nel gruppo è un ottimo esercizio per imparare a costruire il proprio “comportamento comunicativo insegnante” in modo da ottimizzarne gli effetti, autocorreggendosi e costruendo il proprio “stile comunicativo”.

Nella gestione di un gruppo, la tipologia della leadership più efficace dipende dal tipo di compito da svolgere, dalle caratteristiche dei componenti, dal tempo a disposizione, ecc.

Nel caso della scuola, la leadership più efficace è considerata quella democratica partecipativa, capace di tenere in mano i fini (custodire il compito, il tempo, le dinamiche relazionali) ma contemporaneamente attivare le risorse di ciascuno, per trarre dal lavoro del gruppo il massimo rendimento.

L’efficacia comunicativa all’interno del gruppo è la cartina di tornasole della sua efficacia.

Può certamente dipendere dalla natura del compito (che porta a forme organizzative diverse) , dalla struttura del gruppo, dalla natura dei suoi componenti, dallo stile di leadership e da un altro elemento, la cui importanza è spesso trascurata: il rumore.

Un buon leader deve fare molta attenzione a minimizzare il rumore, cioè il disturbo alla comunicazione, che può creare fraintendimenti o interruzioni. Il rumore non è solo il disturbo fisico, come dice la parola stessa, ma è anche la divagazione, la non pertinenza di comunicazioni parassite, la ridondanza di informazioni già espresse che spostano il baricentro dagli obiettivi principali.

Il codice della comunicazione “digitale” poi deve essere tale da essere comprensibile dai componenti del gruppo, quindi adeguato al livello cognitivo e culturale; come pure i concetti veicolati devono essere adeguatamente commisurati alle caratteristiche dei componenti. Gli insegnanti dovrebbero essere sempre attenti a parlare la stessa lingua dei loro alunni!

Saper “tenere in mano il gruppo” è molto importante: il gruppo che non si sente contenuto vive in uno stato di stress e provoca stress nell’insegnante, oltre a diminuire il proprio rendimento didattico. Il ruolo dell’insegnante, il suo prestigio, la sua autorevolezza, dipendono inoltre dalla considerazione di cui l’insegnante gode da parte delle famiglie degli alunni, che a loro volta lo comunicano implicitamente ai figli. E’ dunque molto importante garantirsi l’alleanza con le famiglie e spendere consapevolmente energie per

perseguire questa finalità.

La comunicazione a scuola ha caratteristiche diverse rispetto alle normali modalità tipiche della famiglia. Se in famiglia esistono forti possibilità di riassorbimento emotivo (anche tensioni molto gravi possono essere recuperate) a scuola le ripercussioni emotive di una comunicazione scorretta possono non essere immediatamente visibili e non facilmente riassorbibili. A scuola inoltre solo a tratti la comunicazione è dialogica, condizione naturale invece al di fuori del contesto scolastico. Il fatto che la comunicazione avvenga in un contesto di uno-molti rende molto più difficile l’autoregolazione. Quando il bambino arriva a

scuola, ha un bagaglio di esperienza che privilegia l’aspetto della comunicazione a due e deve invece abituarsi a non sentirsi più il protagonista della relazione; mentre l’insegnante deve imparare ad autoregolarsi badando a più “feed-back” contemporaneamente. Un buon leader è capace di posare gli occhi su tutti, mentre naturalmente l’insegnante è portato a cercare le risposte (e le conferme) da pochi alunni, piuttosto che badare alle relazioni di tutto il gruppo, perché in effetti non è naturale comunicare in tanti. Ecco che l’insegnante si

fa allora più facilmente catturare dal comportamento dell’alunno impulsivo o irrequieto, e tende a non notare quello silenzioso che sfugge. Risultato: l’irrequieto riceve più conferme comunicative (attenzione), quello silenzioso tende ad isolarsi sempre di più.

L’attenzione dell’insegnante va intenzionalmente governata tenendo conto di tutte queste variabili. Professionalità significa trasformare un problema emotivo in una domanda culturale, come afferma Maria Montessori: “il capriccio di un bambino è un problema scientifico”, ovvero riflettere criticamente sulla nostra esperienza e sulle nostre scelte è il presupposto per padroneggiare al meglio gli strumenti della professione insegnante.

Il lavoro dell’educatore deve presupporre la necessità di coltivare la motivazione, in quanto essendo centrato sulla gestione di relazioni e comunicazioni, richiede moltissime energie.

La motivazione nasce dalle conoscenze che costituiscono competenze professionali e danno sicurezza, e padroneggiare i linguaggi della comunicazione è il presupposto basilare, visto che insegnare è comunicare.

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